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Cari lettori,

di ogni canto troverete la versione in volgare e, sotto di essa, la parafrasi. Prima dei canti veri e propri, troverete la vita di Dante, la struttura di Inferno, Purgatorio e Paradiso (ciascuna con la bacheca dei personaggi sotto) e i riassunti dei canti.

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FONTI:

Introduzione

La "Divina Commedia" è il capolavoro di Dante Alighieri. Essa è un poema diviso in tre cantiche, Inferno, Purgatorio e Paradiso, a loro volta divisi in 33 canti ciascuno, ad eccezione dell'Inferno, che presenta un canto in più di introduzione. Quindi sono 100 canti in tutto.
L'Inferno dantesco ha una struttura a cono rovesciato, è una gigantesca voragine di forma conica, che si apre nell'emisfero boreale sotto gerusalemme e giunge fino al centro della Terra; esso ebbe origine quando Lucifero si ribellò all'autorità divina e fu così punito da Dio con i suoi seguaci: essi furono scagliati sulla terra che, inorridita per l'empietà, si ritirò dando origine al baratro infernale. Quest'ultimo è preceduto da un ampio vestibolo, cioè l'Antinferno, dove sono puniti gli ignavi, che in vita rifiutarono di seguire per paura e per viltà sia il bene sia il male, e gli angeli che, nello scontro con Dio, rimasero neutrali; tutti questi sono così spregevoli che sono rifiutati sia nell'Inferno sia nel Paradiso. L'Inferno è diviso in nove cerchi concentrici, alcuni dei quali sono a loro volta suddivisi in fasce secondarie: il settimo cerchio è diviso in tre gironi, l'ottavo cerchio è diviso in dieci bolgie, e il nono e ultimo cerchio è diviso in quattro zone. Nell'Inferno vengono punite tutte le anime che hanno sempre peccato in vita e non hanno alcuna speranza di salvezza. Nell'ultima zona del nono cerchio, la Giudecca, si trova Lucifero, insieme a Giuda, Bruto, Cassio e tutti i traditori dei benfattori.
Il Purgatorio è una montagna immaginaria che si trova su un'isola in mezzo all'oceano. La sua forma a tronco di cono riflette la forma cava dell'Inferno, ossia quella porzione di terra che si ritrasse per evitare il contatto con Lucifero, precipitato dal cielo. Ai piedi dell'enorme montagna si trova una breve spiaggia, dove approda la piccola nave di penitenti guidata dall'Angelo nocchiero. Da lì inizia la salita di purificazione al monte. Il Purgatorio è diviso in tre parti: l'Antipurgatorio, a sua volta diviso in quattro schiere, dove risiedono i negligenti, ossia coloro che si pentirono all'ultimo momento dei loro peccati; il Purgatorio vero e proprio, diviso in dieci cornici, dove risiedono coloro che, prima di salire in Paradiso, debbono scontare la loro pena, percorrendo tutte le cornici; il Paradiso Terrestre. Il custode del Purgatorio è Catone.
Il Paradiso è diviso in nove cieli (ciascuno dei quali si trova sempre più vicino a Dio), dove risiedono le anime beate, tra cui Beatrice. I primi sette cieli prendono i loro nomi dal pianeta che ha la sua orbita apparente intorno alla Terra. L'ottavo cielo è detto delle "Stelle Fisse" poichè vi orbitano tutti gli altri astri in posizioni reciproche sempre uguali fra di loro. Il nono cielo è detto "Primo Mobile o Cristallino" perchè imprime il movimento agli altri otto cieli precedenti. Infine vi è l'Empireo, cielo eterno e infinito, in cui ha sede Dio nella sua vera e propria essenza.

martedì 17 marzo 2009

Riassunti: Inferno: Canti da XVII a XXXIV

CANTO XVII
Luogo: VII cerchio: III girone: violenti contro Dio, la natura e l'arte
Richiamato dalla corda lanciata da Virgilio, dall’abisso emerge Gerione, mostro alato con coda di serpente, volto umano e corpo variopinto come un tappeto. Gerione si posa sull’orlo roccioso del burrone, a poca distanza da Dante e Virgilio, che si mettono in cammino sul bordo del baratro per raggiungerlo. Fatti pochi passi i due scorgono il terzo gruppo di peccatori puniti sul sabbione: sono gli usurai, violenti contro la natura e l’arte umana, rannicchiati come cani sulla sabbia, sfigurati e irriconoscibili nel volto, ma individuati da un sacchetto appeso al collo sul quale è dipinto lo stemma familiare di ciascun dannato. Dante non può riconoscere nessun usuraio, tanto questi sono deturpati dalla pioggia infuocata e resi simili ad animali, ma è in grado di individuare tre membri di note famiglie fiorentine e un padovano. Quindi Dante raggiunge Virgilio che è già in groppa a Gerione, e non senza timore sale anch’egli sull’animale, che si leva in volo scendendo nel baratro con larghi giri, fino a posarsi sul fondo dove lascia scendere i passeggeri per poi ripartire veloce come una freccia.
CANTO XVIII
Luogo: VIII cerchio: I bolgia: seduttori -
II bolgia: adulatori
Gerione ha lasciato scendere Dante e Virgilio all’ingresso dell’ottavo cerchio, detto Malebolge perché suddiviso in dieci fossati concentrici - le bolge appunto - collegati da ponticelli di roccia: il luogo è tutto dominato dal colore ferrigno della pietra e al centro termina in un profondo pozzo. Nella prima bolgia i dannati sono divisi nelle due schiere dei ruffiani e dei seduttori, che procedono ordinatamente in senso opposto come fanno sul ponte Angelico a Roma i pellegrini durante il Giubileo; camminando sull’argine Dante può riconoscere fra i ruffiani il bolognese Venedico Caccianemico, che brevemente gli espone la sua colpa. Dal ponte è possibile vedere in volto anche i dannati dell’altra schiera, fra i quali Virgilio indica Giasone, capo degli Argonauti e seduttore di Isifile e Medea. Nella seconda bolgia gli adulatori sono immersi nello sterco: qui Dante riconosce il lucchese Alessio Interminelli e, grazie al suggerimento di Virgilio, può vedere Taide, prostituta della commedia classica, mentre si graffia con le unghie lorde.
CANTO XIX
Luogo: VIII cerchio: III bolgia: simoniaci
Dal ponte sulla terza bolgia Dante osserva il fondo, tutto disseminato di fori nella pietra tondi e larghi quanto i bacili battesimali di San Giovanni a Firenze: nei fori sono infilati a testa in giù gli ecclesiastici che fecero commercio dei beni sacri, i simoniaci, di cui spuntano solo le gambe, che guizzano e scalciano a causa del fuoco appiccato alle piante dei piedi. Per poter parlare con un dannato Dante e Virgilio scendono nella bolgia, e si accostano al foro dove è conficcato papa Niccolò III, che spiega un iniziale equivoco con il fatto che è in attesa dell’arrivo di papa Bonifacio VIII prima, e poi di Clemente V, che prenderanno il suo posto spingendolo in profondità fra le fessure della roccia. Dante replica con una dura condanna della degenerazione della chiesa, che per avarizia ha abbandonato gli insegnamenti evangelici e si è dedicata alla cupida venerazione del denaro. Quindi, per risalire la riva del fossato, Virgilio prende Dante in braccio e lo porta sull’argine della quarta bolgia.
CANTO XX
Luogo: VIII cerchio: IV bolgia: maghi e indovini
Nella quarta bolgia il contrappasso punisce la presunzione umana di divinare il futuro: gli indovini hanno la testa e il collo girati al contrario, così che, non potendo guardare avanti, sono costretti a camminare all’indietro procedendo lentamente e bagnando di lacrime il dorso. Anche Dante non trattiene il pianto alla vista della figura umana così deturpata, ma è aspramente rimproverato della sua immotivata compassione di fronte alla giustizia divina; quindi Virgilio gli mostra i maghi e gli indovini dell’antichità, Tiresia, Arunte, e Manto che gli offre il modo di narrare l’origine della città di Mantova. Su richiesta di Dante, la guida indica altri indovini, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente, solo accennando a maghe e fattucchiere. Infine, Virgilio esorta l’allievo a riprendere il cammino, perché la luna sta per tramontare sotto Siviglia e quindi sulla terra sono circa le sei del mattino.
CANTO XXI
Luogo: VIII cerchio: V bolgia: barattieri
Dante e Virgilio sono sul ponte che attraversa la quinta bolgia, colma di pece bollente entro la quale sono immersi, invisibili, i barattieri. Improvvisamente appare sul ponte un diavolo che porta sulla spalla un dannato: gettandolo nella pece, fa sapere ai suoi compagni e ai due spettatori che si tratta di uno degli Anziani di Lucca, città ricca di pubblici amministratori che si arricchiscono vendendo per denaro le prerogative concesse ai loro uffici. Il lucchese cerca di liberarsi dalla pece, emergendo alla superficie, ma i diavoli preposti alla custodia dei dannati minacciano di straziarlo con i loro uncini se non si terrà ben nascosto entro la pece. Dopo aver fatto nascondere Dante, Virgilio arriva sul sesto argine per trattare con i diavoli che nel frattempo sono sbucati dalla loro tana sotto il ponte: dal capo Malacoda ottiene l’assicurazione all’incolumità sua e del suo allievo, che quindi richiama dal nascondiglio. Malacoda offre ai due una scorta di dieci diavoli fino al prossimo passaggio per la bolgia successiva, dato che il sesto ponte è crollato a seguito del terremoto concomitante alla morte di Cristo. Il diavolo mescola verità e menzogna, perché il terremoto ha fatto crollare tutti i ponti e non esiste nessun passaggio praticabile sulla sesta bolgia. Costretti a malincuore ad accettare l’offerta, Dante e Virgilio si incamminano sull’argine in compagnia della minacciosa e tragicomica scorta.
CANTO XXII
Luogo: VIII cerchio: V bolgia: barattieri
Con la scorta dei dieci diavoli Virgilio e Dante procedono lungo l’argine cercando di riconoscere qualche barattiere. Il diavolo Graffiacane afferra con l’uncino un peccatore emerso per cercare ristoro dalla pece e lo tira su, nero come una lontra: mentre i diavoli se lo contendono, Ciampolo di Navarra cerca di prendere tempo parlando di sé a Dante e indicandogli altri due compagni di pena, frate Gomita di Gallura e Michele Zanche di Logudoro. Infine, messo alle strette dai suoi aguzzini, Ciampolo propone un patto: se si allontaneranno un po’, lui farà emergere sette dei suoi compagni richiamandoli con un fischio convenzionale e i diavoli potranno esercitare i loro uncini anche su di loro. Dopo qualche esitazione e minaccia, il navarrese è lasciato libero e ne approfitta per rituffarsi e scomparire nella pece: i diavoli Alichino e Calcabrina, non riuscendo ad afferrarlo, si azzuffano fra di loro e finiscono anch’essi nella pece. Mentre Barbariccia e altri diavoli cercano di ripescare i loro compagni, Dante e Virgilio si allontanano.
CANTO XXIII
Luogo: VIII cerchio: VI bolgia: ipocriti
Per paura che i dieci diavoli, beffati da Ciampolo e umiliati dal tuffo nella pece, possano inseguirli e attentare alla loro incolumità, Virgilio corre precipitosamente verso la sesta bolgia portando Dante in braccio come fa una madre con il figlio: non appena in salvo, i due vedono comparire sull’argine i diavoli, ormai inoffensivi perché incapaci di allontanarsi dal fossato a cui li ha ordinati la giustizia divina. La nuova bolgia è affollata dagli ipocriti, che camminano lentamente sotto il peso di cappe di piombo, esternamente dorate. Mentre i due procedono camminando sul fondo della bolgia, un dannato riconosce Dante dalla sua parlata toscana e lo invita a fermarsi con lui e il suo compagno di pena: i due ipocriti sono i bolognesi Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, fondatori dell’ordine dei Cavalieri di Maria (detti popolarmente frati Godenti), che insieme furono podestà a Firenze. Crocifisso al suolo della bolgia c’è Caifas, che sconta così, insieme agli altri membri del Sinedrio, la condanna a morte di Cristo. Infine Virgilio domanda a Catalano di indicargli la via per la risalita: scopre così che tutti i ponti sulla bolgia sono franati, e che il diavolo Malacoda gli ha mentito.
CANTO XXIV
Luogo: VIII cerchio: VII bolgia: ladri
Dante e Virgilio giungono alla rovina del ponte crollato, tanto erta da essere impraticabile al vivo; dopo l’iniziale turbamento della guida e di riflesso anche dell’allievo per la difficoltà della risalita, Virgilio esorta Dante e lo aiuta nell’impresa che infine, dopo molta fatica e qualche rischio, li conduce sull’argine della settima bolgia. Dal nuovo fossato si leva una voce incomprensibile: dato che l’oscurità non permette di vedere dal ponte quello che succede sul fondo, i due scendono nella bolgia. Il luogo è infestato da ogni tipo di serpenti, con i quali sono legate dietro la schiena le mani dei peccatori, i ladri. Uno di questi, trafitto fra il collo e le spalle da una serpe, viene incenerito all’istante, ma, subito dopo, riprende sembianze umane risorgendo dalle sue ceneri come l’araba fenice. A compiere la metamorfosi è il pistoiese Vanni Fucci, ladro sacrilego, che, per vendicarsi della curiosità di Dante, gli profetizza l’ascesa dei guelfi neri a Firenze e la rovinosa sconfitta della parte bianca a Pistoia.
CANTO XXV
Luogo: VIII cerchio: VII bolgia: ladri
Terminata la profezia, Vanni Fucci rivolge a Dio un gesto osceno di sfida, ma la sua superbia viene immediatamente punita dai serpenti che lo avvolgono fino a bloccarne i movimenti e le parole. Dante commenta l’intero episodio rivolgendo una dura invettiva contro Pistoia. Quindi compare Caco, il centauro colpevole del furto degli armenti di Ercole, con il dorso ricoperto di bisce. Lo seguono tre ladri, due dei quali subiscono metamorfosi: il primo si fonde con un serpente a sei piedi che lo ha avvinghiato come edera all’albero, formando una sola mostruosa creatura, il secondo si trasforma in serpe dopo essere stato trafitto da un serpentello che, contemporaneamente, diventa uomo. Nell’unico ladro che ha mantenuto il suo aspetto umano Dante riconosce Puccio Sciancato e nel serpente trasformato in uomo Francesco dei Cavalcanti, fiorentini come tutti gli altri protagonisti di queste metamorfosi.
CANTO XXVI
Luogo: VIII cerchio: VIII bolgia: consiglieri fraudolenti
Dante trasforma il suo sdegno per i tanti fiorentini incontrati all’Inferno in un’aspra invettiva contro la sua città, per la quale pronostica le sciagure che le augurano tutti i comuni toscani sottomessi al suo dominio. Quindi Dante e Virgilio risalgono il dirupo, fino a raggiungere l’argine da dove è visibile l’ottava bolgia. Il fossato è disseminato di fiamme in movimento, simili a lucciole in una sera d’estate, e ciascuna di esse custodisce un peccatore, colpevole di un aver suggerito e consigliato una frode. Restando sulla sommità del ponte, Dante nota una fiamma biforcuta ed esprime il desiderio di sapere chi cela; dopo aver saputo che vi sono puniti insieme Ulisse e Diomede, corresponsabili sia dell’inganno del cavallo che permise ai greci di espugnare Troia sia del furto fraudolento della statua di Pallade, prega la sua guida di far avvicinare la fiamma. Virgilio acconsente al desiderio, ma riserva a sé il compito di interrogarla: dalla lingua di fuoco Ulisse gli parla della sua sete di conoscenza del mondo e degli uomini, che lo condusse a lasciare la patria per intrapprendere un viaggio oltre le Colonne d’Ercole. Sfidando i divieti divini, Ulisse con un ristretto gruppo di compagni giunse in mare aperto: ma, ormai in vista della montagna del Purgatorio, un turbine inabissò la loro nave prima che potessero raggiungere la meta del loro desiderio di sapere.
CANTO XXVII
Luogo: VIII cerchio: VIII bolgia: consiglieri fraudolenti
Non appena la fiamma che nasconde Ulisse smette di crepitare, da un’altra esce una voce dapprima confusa ma poi distinta e comprensibile quando si rivolge a Virgilio, che ha riconosciuto essere lombardo, per chiedere notizie della situazione politica in Romagna. Di fronte al nuovo peccatore, questa volta italiano,Virgilio cede la risposta a Dante, che descrive la condizione romagnola come un continuo susseguirsi di guerre fra i tiranni che dominano la regione, e illustra la geografia delle varie signorie cittadine all’anno 1300. Il dannato, credendo di parlare con un dannato che mai tornerà nel mondo a divulgare ciò che sente e vede, racconta di essere Guido da Montefeltro, da conte divenuto frate francescano per fare ammenda delle sue azioni di frode e d’inganno: ma neppure gli ordini riuscirono a proteggerlo, dato che il papa Bonifacio VIII lo indusse a peccare nuovamente promettendogli un’impossibile assoluzione anticipata in cambio di un consiglio fraudolento. Terminata la sua confessione, Dante e Virgilio si rimettono in cammino fino a giungere sul ponte della nona bolgia, nella quale sono puniti i seminatori di discordie.
CANTO XXVIII
Luogo: VIII cerchio: IX bolgia: seminatori di scismi e discordie
Nella nona bolgia il contrappasso punisce chi seminò discordie e provocò scismi, con squartamenti, mutilazioni e ferite ancor più sanguinose di quelle provocate dalle guerre più cruente della storia. Un diavolo è preposto alla punizione, che è tanto più spettacolare e orribile quanto più grave fu la colpa del dannato: fra questi Dante incontra Maometto con le interiora e l’intestino che gli penzolano da uno squarcio fra il mento e l’inguine, e suo genero Alì con il volto spaccato dal mento alla fronte. Dopo aver saputo da Virgilio che Dante è vivo, il profeta dell’islamismo gli raccomanda di avvertire lo scismatico fra Dolcino dell’assedio in cui lo stringerà il vescovo di Novara, affinché possa prepararsi e ritardare il proprio arrivo nella nona bolgia. Anche il romagnolo Pier da Medicina, con la gola squarciata e privo del naso e di un orecchio, affida a Dante un messaggio per due eminenti cittadini di Fano, preannunciando un prossimo tradimento del signore di Rimini, città che costò cara a un altro dannato, il tribuno Curione che spinse Cesare contro Pompeo e ora porta la lingua mozzata in gola. Quindi il fiorentino Mosca dei Lamberti con le mani mozzate chiede di essere ricordato come colui che diede inizio alle faide fra guelfi e ghibellini. Infine si presenta il trovatore Bertran de Born che, per aver istigato il re Enrico III a ribellarsi al padre, ora è smembrato egli stesso e porta in mano la propria testa come fosse un lume.
CANTO XXIX
Luogo: VIII cerchio: IX bolgia: seminatori di scismi e discordie -
X bolgia: falsari
Dante è sconvolto dallo spettacolo cruento della nona bolgia, e solo al rimprovero di Virgilio e all’esortazione a riprendere il viaggio dichiara la ragione del suo indugio: egli crede di aver riconosciuto un suo parente fra i seminatori di discordia, il fiorentino Geri del Bello, disdegnoso verso di lui a causa della morte violenta non ancora vendicata dai congiunti. Quindi Dante e Virgilio raggiungono il ponte sulla decima e ultima bolgia dove, per l’oscurità, possono solo sentire il puzzo e i lamenti dei dannati; una volta scesi nel fossato lo vedono occupato dai falsari che giacciono stipati come in un ospedale, colpiti dalle più ripugnanti malattie. Fra i dannati i due incontrano Griffolino d’Arezzo e Capocchio da Siena, appoggiati l’uno alle spalle dell’altro e intenti a grattarsi le croste della scabbia che li punisce per aver falsificato i metalli praticando l’alchimia. Dante commenta l’episodio lamentando la vanità dei senesi, confermata anche da Capocchio che elenca ironicamente alcuni suoi concittadini famosi per la loro vita dissipata.
CANTO XXX
Luogo: VIII cerchio: X bolgia: falsari
Improvvisamente compaiono due anime, pazze di furore: l’una si avventa su Capocchio da Siena, e azzannandolo al collo lo trascina, l’altra su Griffolino. Ma prima di essere sbranato, l’aretino rivela a Dante l’identità e il peccato dei due: sono il fiorentino Gianni Schicchi e Mirra, che si finsero un’altra persona per ottenere favori da un testamento l’uno, l’altra per commettere adulterio con il padre. Quindi a Dante appare un dannato, con il ventre rigonfio per l’idropisia, che confessa di essere maestro Adamo, e di aver falsificato il fiorino di Firenze su incarico dei conti Guidi da Romena, nel Casentino. Su invito di Dante, maestro Adamo denuncia l’identità di due suoi compagni di pena che sembrano fumare per la febbre: l’una è la moglie di Putifarre che accusò ingiustamente Giuseppe, l’altro falsario di parola è il greco Sinone che, fingendosi amico, convinse i troiani a far entrare il cavallo dell’inganno in città. Sinone reagisce alla denuncia di maestro Adamo, e i due danno vita a una rissa fatta di tragicomici colpi e di reciproche accuse. Dante rimane intento a seguire la lite fino a che non lo distolgono i rimproveri di Virgilio per aver dimostrato tanto volgare interesse.
CANTO XXXI
Luogo: pozzo dei giganti
Dante e Virgilio lasciano Malebolge, e, superato l’ultimo argine roccioso, si ritrovano immersi nel crepuscolo e odono un suono di corno più terribile di quello lanciato da Orlando a Roncisvalle. Per la scarsa luce Dante crede di vedere le torri di una città che sono invece, gli spiega Virgilio, giganti conficcati attorno al pozzo dalla vita in giù: via via che si avvicinano diminuisce l’errore e aumenta la paura di Dante. Giunti ai margini del pozzo Virgilio mostra al suo allievo Nembrot, il gigante responsabile della costruzione della torre di Babele, reso ora incapace di parlare una lingua comprensibile, poi Fialte che sfidò Giove tentando di scalare l’Olimpo e ora è incatenato in modo da non potersi muovere, mentre Briareo, di cui Dante ha chiesto notizie, è immobilizzato più lontano e non è visibile. Accanto a Nembrot è conficcato Anteo, il gigante ucciso da Ercole, libero da catene perché non prese parte alla rivolta contro Giove: dopo averlo blandito, Virgilio gli chiede di trasportarlo sul fondo del pozzo. Anteo non può opporsi alla richiesta, quindi distende la mano e afferra Virgilio, che a sua volta stringe a sé Dante; infine depone i due sulla distesa ghiacciata di Cocito.
CANTO XXXII
Luogo: IX cerchio: I zona: traditori dei parenti -
II zona: taditori della patria
Dante e Virgilio sono deposti dal gigante Anteo nel nono cerchio, sulla distesa ghiacciata del fiume Cocito, nella quale sono conficcati i traditori, lividi e tremanti per il freddo. Nella prima zona, detta Caina, sono puniti i traditori dei congiunti, conficcati nel ghiaccio fino alla cintola e con i visi rivolti a terra: fra questi peccatori Dante vede uniti insieme dal gelo i fratelli Napoleone e Alessandro dei conti Alberti, che ancora si dimostrano ira reciproca; quindi Camicione dei Pazzi gli indica altri traditori di parenti, Mordret che attentò alla vita di re Artù, il pistoiese Focaccia dei Cancellieri e il fiorentino Sassolo Mascheroni. Dante e Virgilio si spostano nella seconda regione di Cocito, Antenora, dove sono puniti i traditori della patria, infissi nel ghiaccio fino al volto: Dante inavvertitamente colpisce con il piede un peccatore che, nonostante le minacce del vivo, si rifiuta di dichiarare la sua identità. Viene però smascherato da un compagno di pena: è il guelfo Bocca degli Abati, che durante la battaglia di Montaperti tradì la sua parte e ne causò la sconfitta, per poi goderne i vantaggi passando ai ghibellini. Per vendicarsi Bocca rivela l’identità di chi lo ha appena denunciato, il cremonese Buoso da Duera che tradì Manfredi per il denaro degli Angiò, e fa il nome di altri suoi compagni di pena, il pavese Tesauro dei Beccaria, il fiorentino Gianni dei Sodanieri, Gano di Maganza e Tebaldello Zambrasi, ricordando il tradimento di ognuno. Infine due peccatori conficcati insieme nel ghiaccio attirano l’attenzione di Dante, che domanda la ragione per cui l’uno è intento a rodere il cranio dell’altro.
CANTO XXXIII
Luogo: IX cerchio: II zona: traditori della patria -
III zona: traditori degli ospiti
l peccatore intento a rodere il cranio del compagno narra la sua storia e illustra i motivi del suo gesto bestiale: è il conte Ugolino della Gherardesca, podestà di Pisa dopo la sconfitta della Meloria (1284), accusato di essersi accordato con la parte guelfa e di aver ceduto dei castelli di proprietà comunale ai rivali lucchesi, per questo imprigionato insieme ai suoi quattro figli nella torre della fame dall’arcivescovo ghibellino Ruggieri degli Ubaldini, di cui ora si ciba per l’eternità. Il racconto di Ugolino è dettagliato solo riguardo alla prigionia e alla morte per fame dei suoi figli, preceduta dall’offerta al padre di cibarsi di loro. Dante commenta il racconto con una dura invettiva contro Pisa, novella Tebe, carnefice anche dei figli innocenti. Quindi con Virgilio entra in Tolomea, la terza regione di Cocito, dove giacciono supini i traditori degli ospiti, le cui lacrime ghiacciate formano una visiera sugli occhi. Dante avverte la presenza di un vento di cui chiede ragione a Virgilio, ma la guida rimanda la risposta a quando la causa sarà visibile. Con una promessa che poi non mantiene, Dante induce a parlare il frate godente Alberigo dei Manfredi, che spiega come le anime dei traditori degli ospiti vengano mandate in Tolomea ancor prima della morte dei corpi, nei quali vengono sostituite da un demonio: l’esempio è fornito dal suo compagno di dannazione, il genovese Branca Doria assassino del suocero Michele Zanche, che al momento della finzione narrativa era ancora vivo. Il canto si chiude con una dura invettiva contro i genovesi.
CANTO XXXIV
Luogo: IX cerchio: IV zona: traditori dei benefattori
Dante e Virgilio arrivano nell’ultima regione di Cocito e dell’intero Inferno, nella Giudecca dove sono puniti i traditori dei benefattori, che giacciono in quattro posizioni diverse ma sono tutti irriconoscibili perché completamente inglobati nel ghiaccio. Al centro della distesa è conficcato fino alla cintola Lucifero, imperatore infernale, tanto bello prima del tradimento quanto mostruoso ora: ha tre facce, una giallognola, una rossa e una nera, e sei ali di pipistrello che sbattendo danno origine ai tre venti infernali che gelano Cocito e che avevano in precedenza suscitato la curiosità di Dante. Nelle tre bocche di Lucifero sono martoriati i tre maggiori traditori, di Dio e dell’impero: Giuda Iscariota al centro, visibile solo per le gambe che dimena, ai lati Bruto e Cassio che penzolano all’esterno con la testa. Quindi Dante si stringe a Virgilio che al momento oppurtuno si aggrappa al corpo peloso di Lucifero e inizia la discesa; arrivati alle anche del re infernale i due si capovolgono, e continuano l’arrampicata questa volta risalendo, tanto che Dante crede di ritornare all’Inferno. Invece i due si ritrovano a percorrere un passaggio nella roccia: Dante chiede spiegazioni, e scopre così di aver passato il centro della terra al momento del cambio di posizione durante la discesa e di stare ora risalendo verso l’emisfero occupato dalle acque, dove è giorno quando sull’altro è notte, e dove si trova la montagna del Purgatorio. Da questa parte cadde Lucifero, fino a conficcarsi al centro del globo, a testa in giù rispetto all’eden. Infine Virgilio e Dante, guidati dal suono di un ruscello, escono all’aria aperta.

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